Tullio Giordana.
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LE GRECHE.
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1899. Roux Frassati e C. Editori, TORINO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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L'AUTORE.
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Carlo Tullio Pietro Francesco Giordana (Crema, 5 luglio 1877  Milano, 27 gennaio 1950)  stato uno scrittore, giornalista e avvocato italiano.
Nato a Crema in una famiglia di origini piemontesi, rimase orfano prima del padre, luogotenente dei carabinieri e poi della madre gi all'et di dieci anni. Fu cresciuto dai Samarani, parenti della madre.
A vent'anni segu Ricciotti Garibaldi in Grecia per combattere nella guerra contro l'Impero ottomano del 1897 e dove, grazie all'intervento del poco pi anziano Ugo Ojetti, fu nominato corrispondente del quotidiano romano La Tribuna. Per La Stampa di Luigi Roux e Alfredo Frassati fu spedito in Spagna dove, l'8 agosto di quell'anno, l'anarchico pugliese Michele Angiolillo aveva ucciso il presidente del consiglio iberico.
Sul finire del secolo si dedic alla stesura di alcuni romanzi nello stile dannunziano allora imperante e pubblic la raccolta di novelle Le greche (1899), legata alla sua breve esperienza in terra ellenica. Si laure poi in giurisprudenza.
Nel 1904 si rec con l'amico Ojetti negli Stati Uniti d'America a Saint Louis in occasione della Fiera mondiale di Saint Louis ed ebbe cos modo di conoscere da vicino il giornalismo americano, di cui avrebbe adottato alcuni aspetti caratteristici.	
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LE GRECHE.
Novelle.
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INVOCATION POUR LES GRECS.
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N'es-tu plus le Dieu des armes?
N'es-tu plus le Dieu des combats?
Ils prissent, Seigneur, si tu ne rponds pas!
L'ombre du cimeterre est dj sur leurs pas!
Aux livides lueurs des cits enflammes,
Vois-tu ces bandes dsarmes,
Ces enfants, ces vieillards, ces vierges alarmes?
Ils flottent au hasard de l'outrage au trpas,
Ils regardent la mer, ils te tendent les bras;
N'es-tu plus le Dieu des armes?
N'es-tu plus le Dieu des combats?
Jadis tu te levais! tes tribus palpitantes
Criaient: Seigneur! Seigneur! ou jamais, ou demain!
Tu sortais tout arm, tu combattais! soudain
L'Assyrien frapp tombait sans voir la main,
D'un souffle de ta peur tu balayais ses tentes,
Ses ossements blanchis nous traaient le chemin!
O sont-ils? o sont-ils ces sublimes spectacles
Qu'ont vus les flots de Gad et les monts de Sirs?
Eh quoi! la terre a des martyrs,
Et le ciel n'a plus de miracles?
Cependant tout un peuple a cri: Sauve-moi;
Nous tombons en ton nom, nous prissons pour toi!
Les monts l'ont entendu! les chos de l'Attique
De caverne en caverne out rpt ses cris,
Athne a tressailli sous sa poussire antique,
Sparte les a rouls de dbris en dbris!
Les mers l'ont entendu! Les vagues sur leurs plages,
Les vaisseaux qui passaient, les mts l'ont entendu!
Le lion sur l'OEta, l'aigle au sein des nuages;
Et toi seul,  mon Dieu! tu n'a pas rpondu!
Ils t'ont pri, Seigneur, de la nuit  l'aurore,
Sous tous les noms divins o l'univers t'adore;
Ils ont bris pour toi leurs dieux, ces dieux mortels,
Ils ont ptri, Seigneur, avec l'eau des collines,
La poudre des tombeaux, les cendres des ruines,
Pour te fabriquer des autels!
Des autels  Dlos! des autels sur gine!
Des autels  Plate,  Leuctre,  Marathon!
Des autels sur la grve o pleure Salamine!
Des autels sur le cap o mditait Platon!
Les prtres ont conduit le long de leurs rivages
Des femmes, des vieillards qui t'invoquaient en churs,
Des enfants jetant des fleurs
Devant les saintes images,
Et des veuves en deuil qui cachaient leurs visages
Dans leurs mains pleines de pleurs!
Le bois de leurs vaisseaux, leurs rochers, leurs murailles
Les ont livrs vivants  leurs perscuteurs,
Leurs ttes ont roul sous les pieds des vainqueurs,
Comme des boulets morts sur les champs de batailles;
Les bourreaux ont plong la main dans leurs entrailles;
Mais ni le fer brlant, Seigneur, ni les tenailles,
N'ont pu t'arracher de leurs coeurs!
Et que disent, Seigneur, ces nations armes,
Contre ce nom sacr que tu ne venges pas:
Tu n'es plus le Dieu des armes!
Tu n'es plus le Dieu des combats!
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ALPHONSE DE LAMARTINE.
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A NICOLAS D. LEVIDIS. DEPUTATO DI ATENE. FRATERNAMENTE.
Torino, marzo del '99.
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BEBEKA.
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Bebeka.
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CAPITOLO 1.
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Prima di Eleusi la ferrovia correva fra il mare e i monti senza un albero, come flutti impietrati all'improvviso, su cui cresceva un'erba grigia, quasi nera, triste. Dopo cominci la pianura, ininterrotta, infinita, finch apparve Atene bianca, in una conca verde, al limite del cielo su cui si disegnava il ricamo leggero e un po' strappato che fanno gli avanzi del Partenone sopra una collina quasi orizzontale.
Arnoldo Pansoya dest il compagno che dormiva. I due giovini giungevano da un paese lontano d'Italia, al primo grido di guerra, portando nel cuore gli entusiasmi di Omero e di Byron. Ora la vicinanza della capitale li accendeva, li faceva quasi impazzire di tenerezza, di commozione: con tutto il corpo fuori dallo sportello, sbattuti, anelanti, lanciavano verso Atene la loro anima di fuoco; sentivano gi di poter incontrare qualunque pericolo, di poter morire per quella citt, dove tanta forza aveva dominato, dove tanti sogni si erano aperti, dove tanti eroi erano caduti.
Ma pi dei ricordi, empiva i loro occhi di lacrime la vista di quel segno bianco che si appressava, di quel ricamo contro il cielo vivido del tramonto, fra il verde, come un mazzo di narcisi o di mughetti. Il paesaggio aveva un languore femineo - i due giovini non pensavano pi alla guerra, ma alle loro madri, alle loro sorelle ed alle donne che avevano amato.
Il treno s'avvicinava, entrava fra qualche piccola casa, si arrestava. La stazione era piena di studenti che gridavano: "Zito i Italia!", e cercavano curiosamente i due, che l'entusiasmo della gratitudine perseguitava da Patrasso. Giachi si sporse, esclam: Viva la Grecia! si slanci, cadde fra le braccia di un piccolo ometto con una barba bruna, il quale grid un discorso in francese fatto d'interiezioni e di applausi.
Arnoldo non scendeva ancora. Era triste di quelle grida che non l'eccitavano. Avrebbe voluto arrivar solo, in silenzio, andar solo devotamente per le vie della citt, correre anche la notte medesima all'Acropoli. Appoggiato allo sportello, vedeva con gli occhi della mente, oltre le mura della stazione, le case bianche fra il verde e le rovine.
"Vieni, vieni, Arnoldo", gli grid Giachi che ora reggeva la bandiera greca come un trionfatore.
"Itals, Itals!" gridarono gli assembrati. E si precipitarono anche su Arnoldo, lo trassero gi, lo abbracciarono, lo baciarono, gli fecero bere cognac, rhum, ascoltar brindisi e gridare evviva.
"Atene, Atene, dove sei?"
Finalmente li condussero via in vettura, verso l'Associazione degli Studenti. Arnoldo si sentiva stringere il cuore. Ma non era quella la citt sognata! Era come un'altra. Ora affondava i suoi candori nel crepuscolo, li copriva di teneri veli - prendeva il viso di una donna dolcemente turbata - ma era come un'altra. I palazzi avean forme diverse e stili irregolari; una gran casa rinascimento lo offese come uno schiaffo.
Ascolt i greci che lo accompagnavano, rispose distrattamente. All'Associazione ud altre voci declamare, altri evviva echeggiare, ma pens sempre alla sua illusione perduta. E nella vettura,verso l'Htel des trangers, egli avrebbe creduto di essere a Milano od a Torino, se le insegne grandi non fossero state scritte in greco o in francese, e se l'aria non avesse avuto quell'odore nuovo che hanno tutte le citt sconosciute.
A table d'hte, i due compagni parlarono poco, mangiarono poco. Giachi era chiuso nell'emozione del giorno, Arnoldo pensava alla sua patria lontana, ai suoi campi verdi, piantati di salci, ai suoi orti fioriti. Vide qualche donna, ma non la guard. Strapp invece da un cesto una rosa e se la tenne vicina come una piccola amica.
Pi tardi, un confuso ronzo penetr nella sala, si appress, divenne un grido, un urlo: Zito i Italia! - Tornano a farci festa, - disse Giachi raggiante. Ed anche Arnoldo, ora, si accese. Il Sogno che l'aveva condotto in Grecia, fiammeggi, la sua mente si popol di fantasmi, i suoi occhi videro lampi di armi; tutta la sua anima divenne come quella di un soldato lanciato alla baionetta, immemore di tutto che non sia la sua idealit.
Fu d'un balzo sullo scalone, un la sua voce agli evviva, ed improvvis un discorso lirico e violento sul suo desiderio di libert. La sua anima saliva come un vino, gli usciva dalla bocca come un fiore agile, si comunicava agli altri, entrava nelle anime degli altri. Innanzi, il vento univa i due vessilli, il tricolore e l'azzurro crociato. Arnoldo diveniva folle. Pensava di essere sopra un canapo, moribondo, di tenere nel polso convulso la bandiera; esprimeva il suo sogno, gridava, alla fine: - Viva la Grecia! - con la voce spenta, come se dovesse davvero morire.
L'attimo di silenzio che pass fra la sua ultima parola e l'ovazione della folla in delirio, lo confuse e lo scosse. Si strapp agli abbracci e corse su per lo scalone, verso l'albergo. Ma al sommo due fragili braccia feminili lo cinsero, una sottile voce di pianto lo ringrazi, una piccola bocca si pos sopra la sua fronte ardente.
L'indomani, nella sala di lettura, appoggiato al davanzale della finestra, Arnoldo fumava placidamente un ottimo avana, guardando la gente passare per la composta eleganza di piazza della Costituzione, su cui si attenuavano gli ultimi bagliori del sole. E la citt pareva raccogliersi, aggiustar su le sue case le luci e le ombre come una fanciulla le chiome sulle tempie prima della notte. Arnoldo sembrava comprendere il fascino un poco molle e languido di Atene attraverso imagini feminili; un solo giorno era bastato per addolcire la sua violenza e per riempirgli l'anima di mollezza. Il discorso della sera precedente gli era ancor nello spirito, ma come se egli lo avesse ascoltato da un altro e un po' dell'entusiasmo dell'altro si fosse impadronito di lui.
Dinnanzi alla sua finestra passavano donne recando grandi mazzi di anemoni violetti, e trascinandosi dietro l'odore degli aranci dal giardino reale. Sembravano guardare Arnoldo con tenerezza, ed egli sentiva di voler cedere l'anima a quei grandi occhi profondi come cieli notturni senza stelle, cerchiati di volutt, allargati dal velo. Gli pareva qualche volta di non vedere i visi, ma quegli occhi soli.
La lieve ebbrezza del fumo accresceva forse le sue tenere fantasie. Le signore, sebbene marzo fosse appena cominciato, vestivano abiti primaverili e se ne andavano adagio, con cadenze stanche, lente, come se dovessero camminar sempre, sempre, verso l'infinito. Da quali amori venivano? S'eran piegate sul mare anelante al Falero, avean veduto pender sul loro capo gli aranci - pi dolci frutti non aveano i loro petti! - o avevano udite parole di amanti lungo quei viali di palme, sonori di uccelli?
Ma ecco: passava una linea di montanari richiamati, che agitavano i berretti e le fustanelle, intuonando, accompagnati da strumenti paesani, le loro forti canzoni intorno ad una bandiera su cui era scritto: - Vittoria o morte! - Qualche colpo di fucile rompeva il ritmo e l'aria crepuscolare, e la bandiera, cucita forse dalle mani tremule di una donna in lacrime, scompariva verso il palazzo reale dietro i cipressetti sottili e gli aranci di piazza della Costituzione.
Arnoldo distratto, si volse. Vide al tavolo, intenta a scrivere, la fanciulla che lo aveva baciato la sera precedente. Per quanto acceso dalle sue medesime parole e dagli applausi, egli aveva guardato il piccolo viso rosso di pianto che pendeva affettuoso dal suo collo. E l'aveva nella sera e nella notte ripensato, sorpreso e un po' lusingato, senza comprendere bene l'espansione, ma lieto di poter subito, appena arrivato in Grecia, serbare un cos dolce ricordo. La fanciulla non pareva accorta della sua presenza e continuava a scrivere, ferita di profilo da l'ultima luce in cui guizzavano toni rossastri, ed Arnoldo la guardava sorridendo, trovandola molto bambina e molto bella e ricca di capelli.
Quando lev il capo, e Arnoldo l'inchin, ella rispose al saluto, e continu a scrivere, pi rossa, forse del tramonto, e smise soltanto all'entrare di Giachi, che le si appress rumorosamente, parlando il suo abbominevole francese che diveniva ancor pi ridicolo nella grossa bocca sformata e coperta di ispidi baffi biondastri.
- Nessuna notizia, signorina?
- Non sono ancor giunti i giornali della sera. Si dice soltanto che una banda di andarti, i soldati irregolari,abbia sconfinato presso Lycouresi, in Epiro.
- Notizia importante - comment Giachi, fatto serio, e piegato in due dinnanzi alla signorina che usciva.
- Ecco il mio giornale vivente! - disse ad Arnoldo appena l'uscio si fu rinchiuso.
- Vedo che siete in buone relazioni, rispose l'altro, ferito d'una piccola invidia.
- Ottimi amici, continu Giachi ridendo. Mi ha aiutato oggi a far comprendere non so che cosa ad un cameriere, ha riso del mio francese, e mi ha parlato poi come ad un vecchio conoscente. Le ho detto che ero giornalista e che non sapevo il greco, e allora si  offerta di tradurmi dai giornali le cose di maggior interesse. Il mio lavoro  cos molto semplificato. Ti assicuro che prima non sapevo a qual santo votarmi. Ed una sola seduta ha gi fruttato due lunghe colonne alla Tribuna. Ne ho fatto un'intervista con un deputato e la signorina mi ha anche suggerito il nome "Papachiriacopoulo!"
Ridevano. Un fiotto di luce bianca innond la piccola sala che era gi tappezzata di ombre.
- Dammi un avana. Sono deliziosi e costano poco, questi avana. Mi ha anche detto chi era, la signorina. Figlia di un console greco a Creta, che l'ha mandata qui per timore degli insorti. Si chiama Bebeka ed ha quindici anni. Credi tu che si pranzer presto. Quante ore sono?
- Le sei? Ancora un'ora! Usciamo.
Fuori, in mezzo alla piazza, sopra un'esile colonna, un orologio illuminato pareva un'enorme luna rossa; e di fronte, Ods Stadou era tutta bianca di luci elettriche come durante il giorno di sole.
Bebeka divenne subito la compagna di Giachi. Si mettevano al tavolo nella sala di lettura verso le dieci del mattino, chiacchieravano a lungo dopo colazione, ed Arnoldo li ritrovava ancor qualche volta verso sera, e restava a udirli parlare di trattati e di ministri, mentre fuori la gente passeggiava lenta ed ignara, allineata come i soldati, facendo regolari disegni sul suolo bianchissimo.
- Se tu sapessi, che belle pagine! Devono essere ben stupiti, a Roma! Quella piccina ha nelle vene il sangue di Saffo e di Giovanna d'Arco. Ama la sua patria con furore e ne conosce la storia e ne segue le vicende meglio di Delyannis, io penso.
E Giachi tornava a scrivere, memore forse all'improvviso di una frase di Bebeka, o correva via verso il telegrafo o il Ministero dell'interno che era in una piccola piazza piantata di cedri polverosi.
Arnoldo invece passava le sue giornate ad ascoltare le grandi parole delle rovine e i dolci pensieri del cielo e i teneri discorsi della campagna gi tutta verde e fiorita. Saliva nel mattino all'Acropoli, e si lasciava opprimere dall'impressione grande di dolore che quello spettacolo presentava: i Propilei senza tetto, senza cornicioni, il Partenone cos bianco e rotto e pure forte ancora; le colonne spezzate, rovesciate, le scheggie delle bombe tra i bassorilieri di Fidia, i marmi, i torsi, quelle gambe sottili dietro a tenui veli..... e su tutto, di sbieco o di fronte, il sole: e su tutto il cielo puro, trasparente, l'antico, che ha veduto la forza degli eroi e la fragile gentilezza delle vergini ateniesi salienti nelle feste a recar rose a Minerva: che ha udito la parola degli oratori e il verso dei poeti, e visto, segno della prossima rovina, sorgere sotto il teatro romano che indicava un'altra terribile potenza dominatrice - e visto, poi, la rovina, e il Partenone figurato da pittori bizantini, e i turchi e i veneziani e il fuoco; - che ora vede soltanto tronche rovine tristi e dolenti nella loro nudit, e, fra le rovine, bionde misses che rimpiccioliscono male nel loro album quelle opere di giganti.
Una volta egli si era lasciato pi a lungo sedurre dalla grazia abbandonata delle Cariatidi.
Era dinnanzi a loro, seduto sopra un cippo, con i piedi fra l'erba che si stellava di primule, e aveva ormai gli occhi stanchi di sole, e la mente grave e triste, come quella di colui che ha veduto troppa bellezza.
D'un tratto, da canto, fra le enormi pietre cadute dalle mura dell'Eretteo, si lev un canto largo, lento, argentino, che pareva sprizzare da un'acqua e risultare di gocciole che ricadevano.
Era un inno patriottico: "Su, o figli dei greci, la patria vi ha chiamato! Uomini amanti dei pericoli la tromba ha gi suonato!"
Dfte, pdes ton Egglnon,
I patrs sas proscal;
ndres fili ton kindnon
Slpigs idi prosfon!
Chi cantava? Erano molte voci, feminili, meravigliosamente accordate. Arnoldo guard involontariamente le Cariatidi, immobili e pensose; poi si avvicin all'Eretteo donde veniva il ritmo. Ma si vide all'improvviso in un cerchio di fanciulle che sedevano tra i marmi con le teste ignude al sole, un po' arrovesciate indietro, respinte dal getto dell'onda canora che echeggiava fra la solennit di quel cimitero di gloria.
Alla vista dello straniero, tacquero, gettarono piccoli gridi e disparvero, come uno stormo di passeri, dietro alle colonne del Partenone. Una fanciulla rimase, rossa e muta: Arnoldo riconobbe Bebeka, e le and incontro confuso.
- Perdonatemi. Avrei voluto ascoltarvi nascosto. Chiamate le vostre amiche e continuate a cantare.
- Non le troverei pi, ora. L'Acropoli  tanto grande!
- Cantate voi! - chiese il giovine supplicando. Bebeka rise, giocondamente.
- Io ho una voce troppo piccola per questo canto di guerra.
-  un canto di guerra?
- S - diss'ella sempre sorridendo. - Vogliamo destare gli eroi che sono qui sepolti.
Poi, fatta seria: - Cos da questa altezza tutta la Grecia ci udisse!...... - aggiunse stendendo verso la citt la sua mano gracile e pallida, a cui troppo lungo ordine di avi sembrava aver consumato tutto il sangue.
Intanto, mentre si avvicinavano adagio all'orlo della collina, travedevano la pianura ed il mare che era una lastra di vivo argento che ardeva. Atene sotto si adagiava nella sua conca mollemente, tutta bianca fra il verde, come una donna in un prato, e l'Attica sembrava scendere verso di lei quasi ad omaggio.
- Sentite? - disse Bebeka.
Giungevano su rumori confusi, ma quasi ritmici, simili a un respiro violento.
- Andiamo, - aggiunse la fanciulla scuotendo il capo come per distogliersi da un affanno. - Andiamo. Troveremo le mie compagne al teatro di Erode.
Discesero. Attraversarono ancora i Propilei che nel mezzogiorno abbagliavano e gettavano lampi candidi.
- Voi amate molto la vostra patria, non  vero? - chiese Arnoldo per rompere il silenzio che pure non era penoso.
- Se io l'amo! La mia Grecia! Due miei fratelli sono morti laggi, - la piccola mano indicava il mare verso Candia, - combattendo, ed io non li piango. Vorrei essere un uomo come voi, per prendere un fucile ed occupare ancora il loro posto. I patrs mou!...
Arnoldo, com'erano tornati gi dalla gradinata, in vista di Atene, si eccit ed invoc la guerra.
- Tutte le donne di Grecia la sognano, signore. Ma io!..... Io vivo di quella speranza. Pure.... siamo cos poveri e cos pochi!
- Un pugno. Ma un pugno di eroi.
- Grazie, ecco le mie compagne. - Elle raccoglievano primule all'orlo della strada, dinnanzi al tempio di Erode. Appena videro ancora lo straniero, si gettarono gi dalla collina, come uccelli inseguiti, strillando fra i cardi e i cactus ancor pi bianchi della polvere.
Bebeka fece un cenno rapido di saluto, e si lanci ad inseguirle, chiamandole tutte a nome.
Secondo il solito, Arnoldo rivide la piccola greca, dopo colazione, nella sala di lettura, fra Giachi e un deputato biondo, grasso, con una barbetta a punta, gi intenta a parlare di politica e ad assalire il giornalista italiano il quale difendeva le potenze che allora bloccavano Creta.
- Gi, gi. Voi avete ragione. Siete i pi forti e non volete esser disturbati. Che importa a voi il pianto e lo strazio di un piccolo milione di schiavi! Voi avete cento milioni di uomini liberi e felici!  stato sempre cos. Dal principio del secolo ci siamo ribellati otto volte. Ed hanno sempre soffocato il nostro ardore!
- Ma!... la pace d'Europa  ben pi importante della vostra causa... - interruppe gravemente Giachi, che un indocile avana faceva serio e malcontento.
- Lo lasci gridare, signorina. Ha torto e lo sa. Usciamo piuttosto. Qui c' tanta ombra e fuori tanto sole. Andiamo al Falero.
Giachi sperava un intervista con Rallis, e il deputato aveva seduta. Gli altri presenti non avevano capito perch si parlava in francese.
- Andiamo noi due, - disse Bebeka alzandosi vivamente e stendendo con la palma distesa agilmente le gonne sui fianchi infantili.
Rimasero lunghe ore al Falero, a cogliere, lungo la riva rsa e contorta, fiorellini azzurri crociati come la bandiera ellenica, e a guardare il mare, il quale un po' grosso, sonante, batteva gli scogli imbiancandosi di spuma, saliva, si iridava nel sole e si ritraeva rapidamente dando un suono come di gragnuola sui vetri, dove un piccolo letto di ghiaia si era disteso in cerchio. Parlarono sempre della Grecia; bevettero al vecchio Falero, in un'osteria tutta bianca, un bicchiere di vino resinato, brindando, come camerati; e tornarono ad Atene nel crepuscolo, bianchi di polvere, stanchi, ma amici.
Intanto la guerra rumoreggiava ai confini, forse vi si udivano gi fucilate. I soldati lasciavano a poco a poco Atene e faceano divenir famigliari le divise delle guardie di polizia che una volta scomparivano fra la moltitudine delle altre. E come le caserme si vuotavano, tutti gli animi si accendevano, tutti gli entusiasmi salivano. Onde di gente contenute dai palazzi bianchi come da dighe, ad ogni ora si urtavano dinnanzi alla Casa del Re; ad ogni ora la via dei Filelleni era sonora di passi e di evviva: volontari che venivano dai paesi soggetti al Turco con il fez rosso di sangue e la bandiera azzurra e bianca. Le voci si allontanavano, sembravano urli soffocati, la strada tornava silenziosa. Ma dopo un poco, altri uomini passavano, sempre con la medesima bandiera e con lo stesso grido, ricomparivano pi tardi col fucile e con lo zaino sulla via del Pireo.
Alla sera, dalle finestre, ad ogni suono di tromba, scoppiavano colpi di fuoco - quando un reggimento passava, accompagnato da torcie a vento come da tragiche fiamme, il crepito diveniva forte, terribile, non si sapeva se era un ardore di gioia, o il principio di una battaglia. Tutte le case nella notte lucevano: si vedevano uomini comparir sul balcone, un momento rossi delle fiamme, e tendere verso l'alto il fucile e sparare, urlando.
Giachi aveva dovuto precedere a Volo il redattore-capo del suo giornale, e Arnoldo non si era mosso ancora, sicuro che la guerra non sarebbe scoppiata cos presto. - N meno alla festa Nazionale, gli aveva detto Delyannis, il quale aveva l'aria di credere che non sarebbe scoppiata mai. Cos egli passava intere giornate con Bebeka, abbandonandosi al languore primaverile da cui la campagna intorno ad Atene era posseduta; pur infiammato qualche volta dalla febre della citt, e commosso sino alle lacrime dalle divise rosse dei volontari di Garibaldi.
I due giovini erano ormai pi uniti; pareva loro che quasi un vincolo di sangue li stringesse. Nelle lunghe passeggiate al Pireo, dove si mescevano alla folla dei marinai e dei soldati, dinnanzi alle foreste di alberi e di vele nel porto, - a Kifissi, donde Bebeka tornava sempre carica di rose, coperta di rose nei capelli, sugli abiti, tra le braccia, a poco a poco si erano rivelata la loro vita, s'erano detto tutto il passato. La fanciulla ne aveva avuto uno assai triste, perch alla morte della madre, a quattro anni, l'avevano chiusa in un convento, in fondo all'Attica, da cui era uscita gi quasi donna.
- Quelle monache seguivano una rigorosissima regola, e non lasciavano mai uscire le educande, per nessuna ragione. Passeggiavamo nel cortile, impallidendo, ci coricavamo al tramonto e ci alzavamo dopo l'aurora. Una notte una di noi si sent male, tutta la stanza fu sossopra nel buio. Una conversa grid: - C' la luna, aprite le finestre, - io corsi, spalancai. Tutto il cielo era stellato, innumeri punti d'argento tremolavano nell'ombra quasi bianca. Non avevo mai viste le stelle, o almeno non le ricordavo. Imaginate la sorpresa tenera che mi assal? Restai l, dimentica della compagna, a piangere....
Eppure, - aggiungeva la fanciulla, gettando dalla fronte i capelli nerissimi e molti, - eppure, io devo molta gratitudine alle mie carceriere di allora. Mi facevano dire, alla sera: "Dio, proteggi la patria ed il re!" e vestivano d'azzurro la madonna, e d'azzurro e di bianco le sante.
Arnoldo aveva invece poco da raccontare. Leggeva le lettere dei suoi genitori che trepidavano lontani, e descriveva la piccola casa candida fra i salci d'argento e il fiume famigliare. Egli ora viveva con molta pace di fianco alla fanciulla, si levava al mattino col desiderio di vederla, s'impazientiva se ella tardava, non si curava di uscire dalla sala di lettura quasi buia se ella non usciva. Se egli fosse stato meno serio o meno acuto, avrebbe potuto credere al principio di un amore.
Certo si  molto vicini a una donna di cui si conosce la vita. Ed egli inoltre aveva comune con Bebeka l'ardente affetto per la medesima terra.
Ma nessuna troppo dolce parola era mai caduta fra di loro. E quando il discorso pareva prendere una piega un po' sentimentale, Arnoldo lo deviava subito, timoroso di turbare la tranquillit dell'anima di Bebeka, che era come un'acqua sotto aria senza vento.
Una sera, al crepuscolo, essi avevano indugiato tra le colonne del tempio di Giove, vinti da una puerile meraviglia; e giravano intorno a quelle moli di pietra per sempre abbattute, rivedendo forse col pensiero, nel passato, la grande dimora del Dio. Scorgevano, tra le colonnette agili dell'arco di Adriano, il cielo sull'Acropoli infoscarsi, e di fronte sorgere la luna a far ancora pi bianco il candore del monumento di Byron.
Un venditore di mastyca toglieva da un basamento che gli aveva servito nel giorno da banco, le sue bottiglie ed i suoi bicchieri. Era piccolo e curvo; lo si udiva mormorar fra le labra parole.
E i due, in mezzo alle rovine che si popolavano di enormi ombre, passeggiavano tranquilli e silenziosi, penetrati da una dolcezza in cui pendevano ansie sconosciute. Ma era tardi, e Bebeka chiese di tornare, e Arnoldo la guard parendogli che la voce fosse ineguale. Le offerse il braccio, per la prima volta; ella accett.
Ma nella larga imagine buia di una colonna, il piccolo corpo infantile pes pi sul braccio dell'uomo, il fragile capo si poggi sulla sua spalla, come stanco di reggersi solo. Un passo li fece uscire dall'ombra, la luna li inond di chiarore, ed Arnoldo vide quel dolce viso presso al suo, quegli occhi neri che parevano immensi fissati nei suoi, quelle labra che tremavano..... e si chin.
Il respiro della fanciulla era affannoso, come di una moribonda. Arnoldo ebbe compassione, scost violentemente il capo e la sorresse con le due mani. Bebeka si riebbe subito, disse che non era stato nulla, e con passo alacre entr nel viale di palme che conduceva all'albergo.
La medesima sera, sul balcone della sua stanza, Arnoldo godeva un ottimo sigaro, assorto in una confusa fantasticheria in cui passavano il pensiero della madre e gli occhi di Bebeka, quando ud un gran clamore scendere insieme alle note vive di un inno militare dalla via dello Stadio verso la piazza. Guard, tra rossi fumi gli parve di veder scintillare armi.
Un altro reggimento che partiva. Arnoldo si rimise a sognare. Ma il suono crebbe, ma gli urli furono rapidamente superati dal crepitare della fucileria. Si vedevano, in via dello Stadio, le finestre gettar fiamme rosse subito spente. E il romore ed il rombo erano insoliti. Pareva che la citt, all'improvviso assalita, si difendesse disperatamente.
Il giovine chiese a Bebeka, vedendola comparire nel balcone di fianco al suo, che fosse quel furore.
- Parte il reggimento del principe Costantino. Se egli domani lo seguir, il suo arrivo al confine sar una dichiarazione di guerra.
I soldati tra onde di folla giungevano cantando in piazza, buttavano in aria i cappelli, li raccoglievano sui fucili, stringevano mani e distribuivano baci: ora entravano in via dei Filelleni.
Ed anche dalle finestre di contro a quelle dell'albergo cominciarono a partire colpi, rapidi, spessi, e Arnoldo sentendosi una palla fischiare da presso, grid a Bebeka: - Ritiratevi, ritiratevi! Ci tirano addosso.
Ma ella non lo poteva udire. China verso la strada, con il corpo lanciato sul vuoto, ella salutava i suoi soldati, presa da una frenesia di passione, ebra di quei suoni e di quei colpi. Il chiarore delle fiaccole giungeva sino a lei, le gettava bagliori sul viso, e i capelli le cadevano intorno, si agitavano, le davano l'aspetto di una furia. E le fucilate crescevano.
D'un tratto, ella gett un piccolo grido e si arrovesci indietro. Arnoldo, che non aveva ben compreso, fu d'un balzo nella camera di lei, sul suo balcone - e fra le braccia la vide soltanto agitar gli occhi e la bocca, coprirsi di un pallore mortale e poi restar rigida, con le mani che nuotavano in un'onda di sangue veemente.
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CAPITOLO 2.
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Arnoldo volle, per l'ultima volta, accompagnare piangendo la sua piccola amica. Gi per il viale delle palme andarono, innanzi uomini neri che recavano vessilli crociati, in mezzo una fanciulla col coperchio bianco della bara, ornato da una croce di fiori candidissimi. Dopo il papas salmodiante a bassa voce, la morta, scoperta, portata con lunghissimi passi che la facevano sussultare. In un letto di neve, il suo viso era divenuto di un cereo giallastro e le sue mani posavano sopra un arancio e una croce.
Pass il piccolo corteo dinnanzi all'arco di Adriano. Ed Arnoldo pens al bacio perduto fra le rovine del tempio di Giove, si scost, corse, colse fra le colonne le primule e torn a gettarle piangendo sulla sua dolce Bebeka. Pi in basso, vicino ai cipressetti del cimitero, la fanciulla ebbe anche i fiorellini azzurri segnati di bianco che ella aveva colti sulla riva sonante al Falero e che aveva trovato cos simili alla bandiera della sua patria.
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LA BATTAGLIA.
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La battaglia.
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CAPITOLO 1.
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Un uomo che conduceva un piccolo carro a mano pass nell'ombra al fondo dello spiazzo. Franz si lev rapidamente dall'erba e gli corse incontro. Clment lo segu.
- Echis psom? (Hai pane?)
- Dn co. (Non ne ho.)
- Hai formaggio, uova?
- Ho formaggio.
- Portane qui, ti pagheremo bene.
- Mi pagherete?
- S, s, quanto vorrai.
L'uomo spinse innanzi rapidamente il suo veicolo e scomparve gi da un sentiero fra le piante. I due tornarono a coricarsi da canto ai loro fucili, sull'erba che s'inumidiva. Separati del grosso della truppa, ignari del luogo, si erano perduti nel buio, dopo essere scesi e aver salito lungamente in un paese sparso, dove non era un lume, donde gli abitanti erano forse tutti fuggiti con i turchi che si ritiravano, o indietro verso l'esercito greco che arrivava da Filipiades vincitore.
Franz sentiva poco il freddo, ma la fame e la stanchezza profondamente. Supino, teneva gli occhi verso il cielo oscuro limitato da una linea di monti, piatta, anche tutta nera, forte e nemica, senza un lume che tremolasse, senza un raggio di luna.
Quasi non provava pi terrore di essere abbandonato, sperduto, con un solo compagno anche straniero fra case che potevano ancora annidare nemici. La stanchezza in lui vinceva tutto; nulla gli pareva pi dolce dello star l cos disteso con le gambe un po' piegate, ad attendere il formaggio che lo avrebbe sfamato, quel bel formaggio greco, tenero, fresco, bianco come un pugno di neve, ancora odorante di latte.
Il suo compagno da canto si rizz vivamente, e afferr il fucile facendo atto di armarlo.
- Non sentite?
In fondo, gi nel basso dove il fiume scorreva, si udiva un lieve suono, un filo di suono, una tromba in cui qualcuno soffiava adagio di nascosto.
- I Turchi!
Franz rise, salt su e si butt in ispalla il fucile.
- No, no! I nostri. Io scendo gi.
L'altro fece uno sforzo, senza potersi levare in piedi.
Franz l'aiut, egli ricadde.
- Non posso camminare, sono troppo stanco!
- Che facciamo, allora?
- Andate gi voi. Io rester qui sino a domattina. Dormir.
- Non avete paura?
- No, se i greci sono gi. Altrimenti sarei perduto anche se vi seguissi.
- Allora, addio, Clment. Arrivederci domani.
Franz si avvi, zoppicando. Ora non si udiva pi la tromba. Tutto intorno taceva come in un sepolcro, spaventosamente.
D'un tratto un lume brill sulla montagna opposta, vivido un attimo, subito spento.
L'uomo pens:
- Bene. Il telegrafo ottico. Sono i nostri.
Ci gli riemp il cuore di gioia. And gi quasi correndo, rotolando sui sassi, battendo il calcio del fucile contro le piante. Non sentiva pi le gambe pesanti, vacillava soltanto un poco e la testa gli pesava, per la fame. Pens un momento con rammarico al formaggio perduto, ma si consol sperando di trovar gi da mangiare.
Sent sotto ai piedi la ghiaia del fiume. Lo guard stendersi con un incerto biancore nel buio, e si ferm ad udire se il vento gli recasse suono di armati. Ma nulla. L'acqua soltanto fiottava tra le pietre del letto silenziosamente.
Franz and innanzi, sal a sinistra, travers la piccola corrente, sal a destra, torn, ma inutilmente. Nessuno. Forse erano gi partiti, gi lontani. Che fare? Egli non sapeva come dirigersi, n dove. Non si orientava pi. Non capiva il luogo. Credeva d'essere ancora nel paese, ma non vedeva pi case, pi sentieri.
Una disperazione sorda lo assal. Ripens al compagno abbandonato, senza speranza di poterlo ritrovare; il silenzio gli pes tutto addosso, la valle profonda gli sembr un cimitero. E tutti gli orrori della guerra, tutte le paure lo riassalirono.
Pens un momento di sdraiarsi sulla ghiaia, ad attendere l'aurora. Poi si decise di fare un ultimo tentativo, di cercare ancora, e sal il monte per un piccolo sentiero appena accennato fra l'erbe, sin che giunse ad una casupola.
- Qui mi fermo. Se c' qualcuno, aprir. Altrimenti butter a terra l'uscio e dormir al coperto.
Chiam, una volta, due, dieci. Batt timidamente, poi pi forte, e alfine cominci a menare contro la porta vigorosi colpi col calcio del fucile, spessi, rapidi, sinistri nel silenzio rotto, risonanti lontano paurosi.
Ma l'uscio si apr da solo e nel vano una figura apparve contro il fondo poco illuminato.
- T cmis? (Che fai?)
Franz entr in fretta, senza rispondere. Gir intorno lo sguardo per la povert dei muri fatti di pietre e di fango, e sul tavolo formato di un'asse inchiodata a quattro pali. Il tugurio era pieno di fumo, malamente illuminato da una lampadina ad olio che pendeva dal soffitto e da qualche tizzone ancora acceso in un angolo.
- Voglio pane. Ho fame.
La donna (poich una donna aveva aperto) fece un gesto di disperazione.
- Non ho nulla. I Turchi hanno portato via tutto ieri.
- Non hai nulla? Qualche uovo, un po' di farina?
La donna and in un angolo silenziosamente, torn a buttare sul tavolo un pugno di farina gialla su cui vers qualche goccia di acqua. Impast rapidamente e nascose la piccola focaccia sotto la cenere. Intanto porse al forestiero in un piccolo vaso ad imbuto qualche grossa uliva nera e raggrinzata che guazzava in un liquido d'incerto colore.
Franz avido mangi, mentre si stendeva dolcemente nella capanna il profumo del pane; e la donna lo guardava senza osare interrogarlo, ma senza paura, come se ne avesse gi avuta troppa, temendo che egli fosse nemico, perch conosceva male il greco, ma pur dubitando, sicura della fuga dei Turchi.
- Chi sei tu?
- Zito i glines! (Viva i Greci!)
- Kals orsate, adelf! (Ben venuto, fratello!) Siete molti, dove siete, dove andate? E i Turchi, e il Re?
Ella parlava ora senza tregua, rossa, felice d'aver l, davanti a lei, un fratello liberatore, sorridendo e piangendo di gioia
- Oh! viva la libert! grid porgendo allo straniero la focaccia biancastra di cenere e da un lato abbrustolita.
Poi ricominci ad interrogare Franz, sulla battaglia di Arta, su Filipiades: se davvero bruciava, se i Greci avanzavano.
Egli rispondeva fra un boccone e l'altro, stanco, a monosillabi, cercando cogli occhi un giaciglio senza riuscir a penetrare l'ombra che teneva la stanza.
- Voglio dormire, donna.
Ella gli indic un angolo verso cui Franz si avvi. Alcuni sacchi distesi in un canto facevano come due letti, neri, sucidi, penetrati dal fumo e dall'umidit del suolo malamente battuto.
- Ma non sei sola?
- S, sola. Mio marito  andato con Scalzodivo.
- E dove dormirai tu?
- Qui, sulla panca.
Un senso di gentilezza, risvegliato all'improvviso, incit Franz a chiedere l'incomodo posto dell'ospite. Ma ella rifiut con asprezza, ed egli dovette sdraiarsi sul giaciglio per terra, contro la muraglia per cui l'acqua quasi filtrava.
La donna si mosse un po' per la stanza senza spegnere il lume, volendo interrogare, ma timida dinnanzi alla stanchezza che abbatteva il giovine pesantemente.
Egli ud alla fine la panca scricchiolare leggermente, e allora chiuse gli occhi vedendo ancora soltanto per un attimo due segni luminosi, le pupille di lei spalancate, piene forse d'ammirazione per il liberatore, piene forse di gioia, forse ancora incerte, non ancor libere dal timore.
Il lumicino soffocava, crepitava, minacciava di spegnersi. I tizzoni nell'angolo opposto non guizzavano pi, erano gi forse neri. Da fuori non giungeva nessun suono, nessun piccolo romore, come se il luogo fosse stato deserto anche dalle bestie, anche da tutti gli insetti che empiono la notte di voci sconosciute, di misteriosi ronzii.
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CAPITOLO 2.
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Ella, dopo un'ora, lo dest con violenza, spaventata:
- Senti?
Veniva su, a traverso le pareti della capanna, un lieve suono di tromba, ancor soffocato, ancor fioco, ma da presso. E insieme un romore di piccoli passi e qualche volta di armi.
Franz si lev, d'un balzo. Afferr il fucile, lo caric, si gett al collo la collana di cartuccie e la coperta ravvolta, e cerc a tastoni l'uscita.
Ella medesima apr. Tutto fuori era buio, ma i suoni erano pi distinti, pi da presso, e i passi vicini, un poco pi bassi.
- Io vado, donna.
- Ma son Greci?
- S, s, son Greci.
- Addio, che la vittoria ti segua!
Egli disse, sulla soglia, a bassa voce:
- Dammi un bacio - ma ella non comprese e lo abbracci con violenza:
- Tornerai, tornerai?
Franz si lanci nel buio, salt un piccolo fossato; super un prato in declivio, vide al fine una massa confusa che muoveva, riconobbe i soldati, si trov tra loro.
- Eglin? (Greco?)
- Zito i glines!
- Chi  il maggiore?
Una figura si mosse, venne innanzi, gli lev una lanterna cieca in viso: -Ah, Franz, benvenuto!
E Franz riconobbe Coumoundouros, un vecchio prode, che era alto, magro, nero, ma che aveva il corpo pieno di forza, gli occhi di audacia e l'anima di bont. Egli riuniva il battaglione, un po' stanco, seguto nell'ombra dal suo bel cavallo bianco e docile. Doveva andare innanzi, ed occupare prima del mattino una stretta gola che dominava la strada di Giannina.
- Vieni anche tu?
- Oh! - disse Franz, senz'aggiungere nulla, con l'anima che pareva allargarsi, felice di essere all'avanguardia, d'andare contro il nemico, di battersi, alla fine. E stringeva contro al fianco il calcio del suo fucile, a cui si era affezionato, a cui parlava, ma che aveva soltanto sparato qualche inutile colpo dal ponte di Arta contro nemici appiattati.
Lo stropicco dei piedi finiva. I soldati erano in riga, taciti sotto i comandi sommessi degli ufficiali. - La guida! chiam Coumoundouros.
Salti rapidi, pietre smosse, un uomo che arrivava di fianco, armato... Avanti!...
La colonna andava in ordine di avanscoperta, spezzata, ma regolare. Dinnanzi si udivano scalpitare i cavalli di uno squadrone, regolari, in una valle stretta, un poco oppressa, fra il buio. Dovevano essere vicini, ma non si distinguevano; si travedeva appena il cavallo bianco di Coumoundouros che andava su e gi lungo i soldati. Il freddo pungeva, umido: folate di vento arrivavan dinnanzi gelide, Franz tremava. Sciolse la sua coperta e se la gett sulle spalle, ma senza riuscire a scaldarsi. Il sonno a tratti lo vinceva, ed egli andava con gli occhi chiusi, macchinalmente, finch si scopriva in coda a un plotone, e allora faceva una piccola corsa, raggiungeva la testa, rinchiudeva gli occhi.
- A terra!
Tutti si buttarono gi, cercaron ripari di pietre. Franz vide i soldati caricare, ud il suono secco dei fucili, ma non trasse le cartuccie, come istupidito. Il nemico era forse l, dietro i cespugli, sulle creste della montagna che diventavano minacciose. Egli attendeva i colpi, fissava una punta come se dovesse in un attimo fiammeggiare. Il tuono del cannone che da tanti giorni gli batteva le orecchie, forse sarebbe scoppiato, anche l, in quel silenzio, terribile. Oh, la morte, come sarebbe stata paurosa, nel luogo sconosciuto, nella tenebra, nel freddo!
Lo scalpito dello squadrone ricominci.
-Su, avanti!
I fucili furono lasciati carichi, anche Franz arm il suo. E avanti!
Un altro falso allarme, un'altra ansia. Ma Franz cos si risvegliava, si scuoteva dal suo freddo torpore. Ora le cartuccie che egli portava in una cinghia a tracolla gli pesavano, parevano rompergli la spalla. Ad ogni sosta egli se ne liberava, riposava. Una volta si gett gi, disteso, chiuse gli occhi, si assop. Ma i soldati si levarono tosto, e lo fecero balzare, tanto il suono dei loro piedi son fragoroso al suo orecchio che era vicino alla terra.
La cavalleria si allontanava, il suo passo si perdeva. Ora non si udiva pi. Gli ufficiali ascoltavano. Fecero arrestar la colonna, per udire, ma nulla. Un cavaliere venne gi, a chiedere un aiuto d'uomini, e scomparve, al galoppo, seguto da una schiera corrente.
Il resto del battaglione avanz cauto, mormorando, un po' spaventato da quella manovra, parendogli di esser vicino al pericolo. Infatti la valle era quasi piana, ovale, chiusa da basse colline, e finiva in una stretta gola, come un imbuto di tenebra, in cui tutti gli occhi si appuntavano senza discernere. Franz chiese a Coumoundouros di raggiungere la cavalleria, e si gett innanzi di corsa, fra le erbe alte e umide, che salivano sino al suo ginocchio scoperto dal calzare e lo penetravano di acqua. Non sapeva dove andare, ma seguiva una traccia di sentiero, rapidamente, trattenendo il respiro per non stancarsi, strisciando pesantemente i piedi, battuto dall'aria. E pensava a tratti, nella corsa, senza seguire un'idea precisa. Che un colpo partisse, che egli cadesse, che all'improvviso l'avanguardia si rilevasse con una scarica, ed egli vedesse gli uomini appiattati, i nemici ritti, grandi e vivi del fuoco. E non aveva paura. Andava avanti, era giunto. Poco dopo arriv il battaglione, Coumoundouros interrog: nulla.
Ora l'aurora forse spuntava. Sulle montagne il cielo pareva divenire un po' chiaro, allargarsi, non stringere pi come prima pauroso. Poi la luce si diffuse, ma lenta, seguendo quei soldati in cammino, un po' disordinati, scoprendo i cespugli, le erbe, il sentiero. Un castello lontano apparve, e Franz sper di essere giunto, di trovar l un nemico, di veder bocche bronzee vomitar fuoco, di morire.
Egli era venuto per morire. Egli era solo, e la vita gli pesava. Gli pareva che buttarla cos, per la causa della libert, sulla terra di Achille, avesse qualche cosa di grandioso, di omerico. Quella fine gli pareva la pi nobile, la pi desiderabile. Invece di intristire in una citt, egli che non aveva forza per lavorare, invece di viaggiare, vedere, stancarsi, - morire - l fra quei monti, dove erano forse passati eroi, con gli occhi spalancati a quel cielo, a quei ricordi, andando ad affrontare il mistero con un atto grande, potendo dire a Dio, se esisteva:
- Ecco; io sono morto in battaglia.
Il cielo si colorava di roseo. Una nube, piccola, tenue, aveva un colore dolce di fiore, e pareva un grande fiore celeste. Il paesaggio usciva a poco a poco dalla notte, ancora un po' spoglio, lucido di rugiada, tremulo nel vento.
Ecco il castello, a una svolta. I soldati di cavalleria dinnanzi, appiedati. Alcuno tranquillo fumava. Non c'era pi nessun nemico, la caserma turca era abbandonata. Alcuno butt gi dalle finestre sacchi pieni di fieno, forse luridi giacigli; alcuno port legna; e in mezzo al cortile si accese un gran fuoco, nell'aurora che cominciava, fra le mura grigie e basse del luogo silenzioso. Franz anche dinnanzi alle fiamme aveva freddo, come se la luce glielo accrescesse. Un soldato puliva il suo fucile che la rugiada aveva coperto d'acqua, poi stendeva il fazzoletto ad asciugare. Un altro mangiava tabacco torcendo la bocca con piacere. Ed un sergente si era seduto quasi sulla bracia, rosso di riflessi, sorridente di beatitudine.
Vennero a chiamar Franz, a nome di Coumoundouros, ed egli and via a malincuore, attraversando il cortile pieno di soldati, salutato con affetto, mettendo la nota triste del suo abito nero fra le uniformi che l'aurora illuminava.
Risa chiassose lo accolsero in un camerone dove quindici ufficiali erano raccolti. Sul pavimento di legno avevano acceso un fuoco, il quale si allargava per tutto il suolo in lingue, in rivoli di fiamme. Gli ufficiali saltavano sulle striscie rosse, tenendo alla bocca la fiasca del rhum, improvvisamente allegri dopo la notte lunga e triste, messi di buon umore da quel pavimento incendiato, nel gran camerone spoglio. Un soldato port un fucile turco. Tutti gli si raccolsero attorno.
Dal cortile or venivano urli. Franz vedeva tutti gli uomini in gruppo porgere le gamelle e agitarsi scompostamente.
Gli ufficiali correan fuori, vedevano una botte tenuta trionfalmente da un sergente che vi era montato a cavallo e agitava il fodero della baionetta per fare cerchio intorno.
Coumoundouros ordin di lasciar andare il vino per il cortile. Tutti divennero muti e malcontenti, poi si sparse la voce che il vino fosse avvelenato, e tutti risero del pericolo sfuggito, guardarono il bel liquido rosso sgorgare a fiotti e dilagare.
- Sembra sangue, disse un soldato. Ma nessuno sorrise. Qualcuno guard l'altro in viso e lo vide impallidire.
L'alba diveniva lucida. Il sole sarebbe presto spuntato.
Avanti, avanti!
I discorsi tacquero, i comandi suonarono concitati. Ognuno riprese il sentiero rimpiangendo la breve sosta, guardando il paese nuovo, triste, solitario.
Nessuno vi appariva, non si vedean casolari, non fumi. N meno una pecora per via. Alla fine due vecchi spuntarono fuori da un fosso, offrirono focaccie di pane e vino e saluti d'augurio, avendo ancora negli occhi l'incertezza ansiosa della liberazione.
Franz non ebbe nulla. E cominciava a sentir la fame. Quando sarebbero giunti? Egli era stanco, si traeva a fatica su per la strada piena di sassi, camminando a preferenza sull'orlo dove larghe pietre piatte fermavano il terreno. Una striscia di grano segnava il cammino seguto nella fuga dei turchi. Il sole nasceva, tutto si penetrava di luce; qualche grande uccello si levava con largo strepito di ali, inquieto. Il battaglione camminava in alto e vedeva gi il fiume e la valle bassi, coperti di piante. Qualche spiazzo d'erba, come un occhio giallo, spuntava fra il verde cupo.
Avanti. Quando sarebbero giunti? Franz aveva la spalla rotta dal peso delle cartuccie, anche il fucile gli pesava. Aveva caldo. Alfine la guida disse:
- Siamo vicini.
Camminarono ancora un'ora. Dove la valle saliva e si chiudeva, spuntarono le torri del castello, e ricomparvero i cavalieri ritti sulla spianata in aria di trionfatori.
I soldati si trascinavano stanchi, affamati, assetati. Si gettarono per terra, senza guardare intorno, cercando di dormire, sicuri che il pane sarebbe venuto, lasciando ogni preoccupazione perch il nemico non era apparso. Qualcuno pi prudente stese sull'erba una coperta, vi si avvolse. Il sole era alto e bruciava. Le nove.
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CAPITOLO 3.
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Franz vide che dal castello le montagne si partivano come i lati di un triangolo dal vertice, rinserrando una valle piana, verde e coltivata, larghissima. Ud gli ufficiali aver promesse di pane da Greci accorsi, giovani alti e fieri che agitavano la fustanella e sorridevano guardando quelle divise ignote dove eran soliti a veder divise dolorosamente note.
Poi Franz penetr nel castello, guard in una volta cieca un mucchio di palle da cannone in ferro, sal una scala e giunse a una torre dove erano ancora due vecchissimi cannoni, sopra affusti rotti. Alcuni Greci facean cerchio in un angolo intorno a un artigliere turco arrestato dalla cavalleria, legato, lacero, rannicchiato in un angolo. Il suo viso era divenuto una maschera terrea, di un pallore giallo, e la pelle si distendeva sulle ossa scoprendole, accrescendo l'orrore di quella testa cadaverica.
I soldati lo interrogavano: - Dove sono i Turchi:
- Non so.
- Dove sono? Se non lo dici ti tagliamo la testa.
E l'altro la scuoteva, dicendo con rassegnazione:
- Kpsete! (tagliate).
Franz pensava che l'arresto di quella spia indicava la vicinanza del nemico. Infatti, appena fu gi, ud suonar la tromba. Tutti si levarono pesantemente, senza capir bene, si disposero in righe davanti all'ufficiale. Due colonne partirono a sinistra. Un'altra sal il monte a destra, una avanz dinnanzi dove erano ruderi di case e di fortificazioni.
- Vi sono ottomila Turchi nei dintorni - disse un ufficiale corfiotto in italiano, passando.
Franz si sent stringere il cuore. Ecco: aveva dinnanzi la battaglia. Non tremava, ma pure un'impressione dolorosa lo teneva l fermo a guardar le truppe che si dislocavano. Consider la posizione, la vide forte, pens che aiuti sarebbero giunti subito, che Coumoundouros attendeva due cannoni.
- Vinceremo!
Tutte le sue incertezze caddero, egli si sent l'anima piena, gonfia, cos da non poter quasi articolare parole, se non grandi, come nella gioia. Si avvicin a Coumoundouros e gli disse
- Nichsomen! (Vinceremo).
L'altro fece un gesto breve verso di lui, occupato ad agitar la mano rabbiosamente nella direzione di un drappello che non occupava la posizione indicata. Poi si mise a correre, lo raggiunse, gett i soldati dove voleva e torn, trafelato, ansante, vivo, rosso sotto la poca barba grigiastra.
A Franz parve pi grande. Non os interrogarlo e cominci a salire a destra, pesantemente, fra sassi e rade erbe. Una pernice gli fugg dinnanzi con grande strepito di ali, lo fece gelare, arrestare. Non vedeva i soldati, saliva, saliva, volgendosi a riguardare il castello, progredendo per forza nervosa, mentre il sudore gli colava per la fronte, gli penetrava negli occhi, scorreva lungo il suo corpo come una piova.
In una piccola insenatura del monte vide due soldati seduti.
- Che fate qui? Andate avanti!
- Non possiamo, siamo stanchi.
- Anch'io sono stanco, avanti, avanti!
Uno alla fine, disse:
- Ho paura.
- Su, su, non  ancora cominciato, fatevi coraggio.
Ma proprio in quel punto, a sinistra, scoppi un vivo crepito di fucili, si accese pi largo, si diffuse. Un rombo lontano rispose.
I tre si guardarono, impallidirono. Franz non incuor pi, ma sal di corsa, volendo andare dove era il fuoco, dolente di non essere dall'altra parte, e i due lo seguirono, vergognosi, ma pi adagio.
Trovarono finalmente un drappello comandato da un sergente, sopra una altura che dominava la valle. I soldati erano inginocchiati dietro le pietre e parlavano fra di loro commentando la battaglia incominciata. Il fuoco diveniva sempre pi vivo, pi clamoroso, pi largo. Si cominci a veder nella pianura, dietro un gruppo di alberi, un fungo di fumo bianco che spuntava e si dissipava a brevi intervalli. Ma nessuno dei compagni di Franz tir. Il fucile si agitava carico nelle loro mani impazienti, ma il sergente raccomandava di non sciupar cartuccie. Innanzi a loro, sopra un sasso, due pernici salivano e scendevano, irrequiete.
D'un tratto, Franz spar. Aveva visto nel piano un uomo sorgere, nascondersi. Il sergente era incerto, Franz ordin per lui di mettere l'alzo a 1600 e di mirare il fungo di fumo nella pianura, forse un cannone, egli pensava. E il fuoco anche a destra incominci. I colpi non si seguivano regolari, sebbene frequenti; tutto il monte risuonava. Franz mirava coscienziosamente, attendendo che il fumo apparisse, tranquillo, desideroso per di vedere un nemico e non tirare a un'ombra lontana. Improvvisi, dai fossi della pianura sbucarono uomini, attraversarono la strada, si misero per il monte. Tutta la fronte greca ora tirava. Qualche palla giunse su al monte dove era Franz, che si rannicchi pi sotto al suo sasso. Ma i nemici passavano incolumi sulla strada. Franz ne mir bene uno, ferm il fucile, tir. Una riga nera, breve, come una formica, segn immobilmente il nastro bianco della via.
- Ne ho ucciso uno! - diss'egli ai soldati in trionfo.
E non provava nessun dolore, nessun disgusto. Aveva ucciso un uomo, senza la lieve sofferenza del cacciatore che vede cadere una grossa preda, ma con la sola sua gioia. Ora le palle fischiavano intorno, s'inseguivano, battevano i sassi, si facean pi spesse, pi rapide, pi sibilanti. Franz cominciava ad aver paura. Che era? Cos sicuro, cos forte, cos deciso a morire, tremava? Non era la fine gloriosa, vicina, quella? E tremava? Ma essa, la morte, era troppo vicina, era l! Franz non osava guardarla in faccia, avrebbe voluto ritirarsi, essere colpito all'improvviso dalla prima palla giunta. Ed ora, il restar nel pericolo continuo, nell'ansia continua, col timore di essere ad ogni minuto sbalzato via, nell'abisso - dove? - lo atterriva.
Un soldato disse:
- Ritiriamoci.
Egli avrebbe voluto assentire, ma si fece forza, incuor.
Alfine uno che si era levato dal suo riparo per tirar diritto, fu colpito, cadde innanzi, rovesci la testa gi dal sasso come un grave frutto, trem un poco e rimase.
Allora tutti furono sbigottiti, si levarono, si ritrassero di qualche passo. Franz rest, forzando la sua volont incredibilmente.
Tirava ora un po' a caso, perch anche il fumo lontano della pianura non si vedeva pi: udiva la battaglia terribile sulla destra e il fuoco continuo, lungo, simile in certi istanti all'ululo di un ciclone che imboccasse la valle. E le palle spesseggiavano, erano ormai quasi fitte come piova. I nemici tiravano dai fossi della pianura invisibili, e cresceano il terrore. Forse ognuno si sarebbe slanciato contro una colonna viva, vicina, ma tutti temevano quei Turchi misteriosi che mandavano su la morte. Franz li imaginava sorgenti all'improvviso, salir la costa gridando; vedeva la lotta, si pensava gi disteso per terra, senza respiro, con un solo immenso dolore.
Non resse. Ora un vero terrore gli invadeva l'anima, gliela stringeva come una morsa. Si ritrasse un po', la fronte segu il suo movimento, inutilmente. Le palle arrivavano come prima, e la posizione per un attacco era svantaggiosa. Le cartucce cominciavano a mancare. Franz non ne aveva pi e il sergente gliene port strisciando carponi.
Forse era mezzogiorno. Il sole sopra ardeva, infocava il suolo. Nella pianura, sul monte, nulla era chiaramente visibile, la luce nascondeva il fuoco. E il solo crepito dei colpi parlava di morte in quella valle disabitata, aspra in alto, verde e fiorita in basso.
Qualche rinforzo alla fine arriv dal castello, a incuorare gli altri ed a permettere a Franz di ritirarsi.
Egli disse:
- Scendo al castello.
Voleva sapere se gli aiuti da Filipiades giungevano: se i cannoni erano venuti, se c'era speranza di vittoria. Per lui, per il suo cuore, la battaglia era perduta. Si sentiva un gran smarrimento, e sotto l'ardore una confusione d'idee, oscure e paurose. Saltava da un sasso all'altro, e le palle parevano rincorrerlo, tanto che un momento gli sembrarono vespe fastidiose, ed egli agit la mano intorno al capo per pararle. Quando una gli passava pi vicina egli si chinava, correva gobbo, saltava curvo, strisciava. Quando una gli fischiava dinnanzi, egli si fermava di botto quasi arrovesciandosi indietro, preso da un brivido che gli gelava il corpo. Vide alla fine lontano sulla strada di Filipiades qualche soldato fuggente, si disse che la battaglia era perduta. Gli occhi gli si empirono di lacrime. Gli parve d'essere perduto anche lui, di dover giungere al castello per trovarlo gi occupato dai Turchi. E crescendo la paura, egli si cerc nelle tasche una vecchia medaglia che una piccola cugina gli aveva dato, che egli aveva portato sempre al collo come un ricordo e che aveva tolta soltanto da pochi giorni. La trov. La strinse fra le dita, e corse gi, pi sicuro, reggendo a bilanc-arm il fucile. Quando vide lo spiazzo e i soldati greci su, distesi a tirare, si fece forza. Acceler la corsa, sent spesseggiare i ronzii rapidi, ma giunse, salvo. In quel momento da dietro due soldati arrivavano portando fra le braccia il capitano medico, con una gamba fasciata. Egli si avvicin, interrog, seppe che era rotta.
E il terrore ricominci, lo afferr, lo gett contro il muro. Guard in gi, vide feriti bocconi, vide morti sulle sporgenze, dietro i sassi.
Un ufficiale pass di corsa: - Che fai qui? Va via. Non c' nulla da fare.
Franz rispose con la bocca amara:
- C' da morire! - e le sue parole gli diedero forza. Arriv sulla spianata, si gett dietro un muro e cominci a tirare ancora, vedendo ora colonne di nemici avanzarsi, un po' disordinate, ma celeri.
Coumoudouros si agitava, correva su e gi, spianava la rivoltella, e il fuoco doveva essere intorno a lui terribile, sempre rinnovato. A Franz che era steso bocconi, parve ancora pi grande, quasi un Dio; e quando quegli gli si avvicin, lo vide sanguinante, e fu preso da una gran compassione e da un grande affetto per lui.
I Turchi avanzavano. Qualcuno era a cento metri, uno veniva su, su, era a pochi passi. Franz lo mir bene, lo atterr. Ma altri lo seguirono, alcuni caddero, altri presero il loro posto. Ora Franz vedeva le loro uniformi vivide, i loro fez come fiamme, i loro visi neri e feroci. Correvano, erano l. Un tenente si lev, strapp a un morto la baionetta, la innast, grid:
- Embrs! (avanti) - e si slanci.
Franz, dominato da quella voce, sorretto da quanto in lui era pi bello e pi nobile, si rizz, si un ad altri soldati raccolti per via, una breve via, e tutti insieme, a un grido unico "Embrs!" come fulmini piombarono sui nemici.
Questi si arrestarono, un attimo di confusione li perdette. I primi furono uccisi dalle baionette, gli altri si volsero, caddero colpiti nella schiena, facile bersaglio. Fuggivano sempre, molti, inseguiti. Qualcuno ripar nelle sinuosit della strada, fu raggiunto, sforacchiato dalle baionette. I Greci eran presi dalla furia del sangue, eccitati dalla vittoria. Immergean le punte nei visi, le ritraevano rosse, come lancie le gettavano innanzi, in altri petti, continuamente.
Tutti sulla strada scoperta i nemici erano caduti, ma uno camminava ancora, incolume fra la fucilata, e rallentava anzi il passo per isfida, vedendo a breve distanza la salvezza. I Greci urlavano:
- Cto cto!, - (Gi, gi!)
Ma la lor furia li impediva di mirar bene. Anche Franz lo sbagli due volte. Alla fine una voce disse:
- pese ( caduto).
Allora, tutti si appiattarono dietro un muricciuolo basso, a difender la strada seminata di morti. Uno solo di loro era ferito. Disteso, gemeva un poco, rotolandosi sul fianco, parandosi con la mano dal sole.
Tutto il fuoco di una breve fronte nemica ora si diresse contro il muricciuolo. Franz aveva un soldato vicinissimo che gli sparava nelle orecchie, lo assordava, lo anneriva di fumo. Tirava ormai inconscio del pericolo, lieto di quel trionfo, che aveva forse salvata la battaglia. Pensava che se avessero potuto tenere quella posizione, fra qualche ora sarebbe giunto un aiuto, forse si sarebbe vinto. E quella vittoria apriva alla Grecia la via di Giannina, mta!
L'ufficiale che era ferito a una mano si ritir a cercar cartuccie. Franz gli grid dietro:
- Da bere.
La gola gli ardeva, la lingua gli restava appiccicata al palato. Nessun sentimento gli sfiorava ora l'anima, egli era divenuto una macchina, uno strumento agitato febbrilmente, che sparava, apriva l'otturatore, metteva un'altra cartuccia, mirava ancora. Il sole sopra lo copriva di onde di sudore, il fumo dei fucili gli penetrava nella gola, gli ventava sul viso. Una volta dovette pulire la canna che ardeva, e vide nei moti un soldato ferito presso di lui trascinarsi verso l'ombra del monte, e dare poi in un crollo improvviso, agitarsi un attimo, restare per sempre immobile. Le palle sulla sua testa eran come grandine violenta. Battean sul parapetto del muro, ne facean volar le scheggie, e cadevano sformate, bizzarramente aperte, come mostruose farfalle mortali. Franz ne sent una fischiare fra il polso e il calcio, e vide poi subito la mano arrossarsi. Abbandon spaventato il fucile, agit il braccio, osserv la piccola ferita e ne sorrise, mostrandola agli altri, alta, superba. La fasci: giungevano le cartuccie.
- Acqua, acqua! - egli gridava disperatamente. Non si curava pi di chiedere se i soccorsi erano giunti, se la battaglia era ancor forte sui fianchi, ma a poco a poco sulla sua coscienza intelligente si stendea come un velo disperato, oscuro, come una vernice di brutalit, che nascondeva ogni pensiero nato, che arrestava i nascenti.
Quanto tempo rest l, sotto quel fuoco d'inferno? D'un tratto egli cominci a sentir distintamente il rombo del cannone, poi in alto il sibilo delle palle, lungo, strisciante, spaventoso. Si rannicchi, si sent perduto. Pens che dovevano tirare contro quel pugno di uomini che arrestava la vittoria nemica, che difendeva quel punto avanzato con disperata tenacia. E si sent alla fine perduto. Ogni suono sopra d'aria offesa lo gelava per un momento, lo comprimeva contro la terra, gli sospendeva ogni moto dell'anima e del corpo. Ma udiva lo scoppio lontano, ed era felice dell'errore di mira che forse portava pi lontano la morte. Dopo una mezz'ora il cannone tacque, e Franz ricadde in un attonimento bruto, oppresso dalla fatica, dal sonno, dalla sete, dal sole. Alfine una cartuccia rest nella camera, rese inservibile l'arma. Egli non os muoversi e prendere quella di un morto: cominci dunque a sparare frequenti colpi di rivoltella per illudere il nemico, e ud propositi di ritirata. I difensori si contarono. Erano quattro, ora avevano soltanto poche cartucce. Nessuno giungeva pi in aiuto, ed essi erano sfiduciati, avevano gli occhi pieni di sudore e di sangue.
Si ritrassero. Strisciavano carponi lungo la difesa lapidea, sparando ad intervalli perch il nemico non avanzasse a sopraffarli; ma, abbassandosi il riparo e diminuendo il fuoco, due furono feriti, e restarono. Franz pens due volte che avrebbe potuto essere colpito lui, ma senza raccapriccio, quasi con sollievo.
Com'era lontano il rifugio da cui si erano slanciati veloci e forti! Come vi giungevano, portando spezzata quell'anima che era prima andata innanzi diritta ed aguzza come una freccia!
Il soldato alz un po' troppo le gambe; una palla le giunse, le pass da parte a parte. Egli fece un piccolo moto, comprese di non poterle muovere pi; rest. Franz lo abbandon senza sentir compassione, come se il suo cuore fosse impietrito, ma quasi con la segreta gioia di essere salvo. Era salvo! Una corsa rapida, con la schiena curva, con l'anima eretta; ecco, il riparo, la vita!
Franz si appoggi un momento ad un sasso, respir, si guard intorno. Aveva un gran desiderio di fuggire.
- Ho fatto il mio dovere, ora non reggo pi.
Ma vide Coumoundouros ancora in piedi, stillante sangue e sudore, coperto da una patina rossastra di polvere, e ancora corrente su e gi, agitante la rivoltella, disperato, piangente, cieco di furore e di disperazione. Allora gli and innanzi: quegli gli indic il monte a destra.
Franz sal, sotto le palle. Si ferm, appena trov un gruppo di soldati, e chiese un fazzoletto per mettere sulla spalla che il calcio del fucile aveva ammaccata ed addolorata. Poi si accoccol dietro un sasso, e riprese a sparare, ma fiaccamente, senza vedere, avendo ombre torbide dinnanzi agli occhi che alla fine si chiusero, arrovesciarono il corpo sul monte, come quello di un morto.
..... Quando Franz si dest, il crepuscolo forse calava. Egli vedeva sul monte opposto il lampo dei fucili, rado dalla parte greca, frequente da quella nemica. Dai sassi spuntavano steli rossi vividi, si aprivano in corolle di fumo, come mostruosi fiori. L'aria era divenuta tiepida e odorava.
La fucilata era ancor forte, continua, ma nulla si vedeva della battaglia se non gli innumerevoli fiori di fuoco. Il cielo nitido, puro, prendeva quel delicato candore che d al tramonto tanta dolce tenerezza. E sulla terra, sotto quella pace, forse ogni sasso nascondeva un cadavere, ogni cespuglio un moribondo. E la notte avanzava, terribile, oscura, paurosa pi della morte, pi del mistero che tanti uomini avevano affrontato, ciechi o incuranti, ma crudeli, ma ignari del loro supremo destino e del loro amore.
Gi, una tromba suonava. Franz comprese vagamente che doveva essere un segno di raccolta, si alz a fatica, scese correndo, incontr un gruppo di ufficiali e qualche soldato, ud che la battaglia era perduta, che bisognava ritirarsi.
Allora un furore disperato gli chiuse la gola, gli afferr lo spirito. Un acre desiderio di ferite, di morte, l, sotto quel cielo implacabilmente bello, fra i tanti fratelli caduti, dopo la lunga lotta inutile.
- A che ho tanto pugnato? A che ho tanto sofferto?
E s'incammin dietro ai fuggenti, a passo lento, strascicato, seguto con insistenza sempre maggiore dal fuoco nemico. Tante erano intorno a lui le palle, che gli pareva talvolta di esserne chiuso, cinto come da un cerchio. Gli si gettavano nel terreno di contro, di fianco, di dietro. Una forava il suo cappello, un'altra gli strisciava il braccio.
Franz acceler il passo. Un uomo dinnanzi cadde. Franz corse.
La notte calava. A un lume incerto si distingueva quella massa confusa di uomini che era giunta per la medesima via cos balda e cos forte, e si ritirava vinta e ferita. Il disordine separava le file, le confondeva. Nessuno aveva lo zaino, nessuno la coperta, a taluno mancava anche il fucile. E quelli che lo avevano, si stringevan d'attorno a Coumoundouros che si trascinava a stento sorretto dai due soli ufficiali superstiti. E fra loro taluno era orrendamente ferito. Franz vide un soldato che aveva un palla nell'occhio, e il sangue gi pel viso si era raggrumato intorno ai baffi, sulle labbra, sul mento, formandogli una maschera orribile. Il pantalone di un altro aveva perduto il colore giallastro per assumere il chermisino scuro dei mattoni nelle ore vespertine.
Da canto a Franz, un sergente si scopr la mano da cui un dito pendeva tremulo come se si agitasse nell'agonia.
E andavano. Affamati si gettavano sui campi di fave e ne mangiavano avidamente le punte; si arrestavano ad intervalli, taciti, udendo nel silenzio tenebroso i lamenti dei feriti. Qualcuno chiedeva piangendo acqua. Giunsero al fine a un pozzo dove si riannodarono, dove il maggiore trov il cavallo di un soldato. Giunsero alfine presso a Coumousades, il paese donde erano partiti, e dove si scontrarono con i rinforzi che arrivavano troppo tardi, con i cannoni che qualche ora prima avrebbero portata la vittoria. Franz li accarezz come amici, singhiozzando. Desider un momento di seguirli, di ritornare con loro dove si era sentito tante volte morire. Ma non ebbe forza. And innanzi, trov un gruppo di volontari con cui era giunto a Filipiades, seppe che Clment mancava, ebbe un tozzo di pane mordicchiato e durissimo.
And innanzi, arriv al letto del torrente, attravers la ghiaia, tent di ritrovare la capanna. E quando vi giunse, poich la donna ebbe aperto, l'ebbe riconosciuto, abbracciato, egli senza parlare, senza rispondere all'effusione di gioia, si gett nell'angolo sui sacchi, chiuse gli occhi, distese il corpo, godendo l'infinito benessere del riposo.
La donna gli and vicino, lo scosse, lo interrog. E riusc a sapere soltanto che la battaglia era stata perduta.
Franz si assop, dopo qualche minuto si chiuse in un sonno profondo, un sonno di pietra, che pareva dovesse durare eterno.
E cos non vide la greca piegare su di lui il lume, sciogliere il polso fasciato, osservare la piccola piaga ed abbandonare il braccio ed il corpo con isdegno. E cos non la vide, per tutta la notte, guardare con odio l'uomo che non aveva saputo restare sul campo della rotta, o tornare mortalmente ferito.
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KASSIAN.
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Kassian.
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CAPITOLO 1.
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Kassian stava accoccolata per terra, alla sommit del piccolo ponte arcuato, contro la sponda bassa che l'acqua schiumante anneriva di piccoli spruzzi. Una capra sul tetto del molino si rizz, mosse un poco la testa e cominci a belare, lamentosamente, con la voce che tremava. Le altre risposero dalle rive dell'Aracte e dal monte, e vennero gi balzando sopra i sassi lungo la corrente, a raccogliersi intorno alla donna che teneva le mani intrecciate nel grembo. Il giorno era quasi finito. La piccola valle diveniva sempre pi cupa, e pareva che dalla sua profondit l'ombra si riversasse avanti e in alto a velare l'azzurro; e il suono dell'acqua diveniva pi distinto, quasi assordante, monotono nella sua variet.
Kassian si volse verso lo sbocco della valle a vedere se il sole era scomparso. Tutto il cielo sui picchi ne era ancora acceso, come illividito: sopra quasi bianco, pallido di stanchezza. Ella si lev, con il bastoncino ridusse in un branco le capre che belavano tutte insieme senza tregua, col capo basso ed immobili, e poi le spinse innanzi verso Calariti(2) su la scala rocciosa scavata nel masso, umida e buia come un cielo invernale di notte.
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NOTA: Calariti  un piccolo paese sul monte Zyco, nel cuore dell'Epiro, contro il confine turco di Sirco. Vi si giunge da Arta in quattro giorni, per un sentiero malagevole che scorre in alto sull'Aracte toccando Agnanta e Prmanta. FINE NOTA.
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Quando usc allo scoperto, una sentinella turca dalla piccola muraglia di Sirco la chiam. 
- "Kassian!"
Ma ella non rispose, non lev n meno il capo, ed appoggi il bastoncino al fianco di una capra come per aiutarla a salire.
Ora il sentiero era pi facile a traverso campicelli che il nuovo frumento velava di piccole nebbie verdognole, o prati microscopici appoggiati a rocce che cadevano quasi a picco.
Kassian seguiva il suono del fiume che si affiochiva. Si accorgeva d'essere stanca e di aver freddo, e i suoi piccoli piedi che le calze di lana lasciavano scoperti, tremavano sotto alla veste corta che scendeva libera dal collo al piede, secondando i moti del bel corpo agile. Pens alla cena che non aveva ancora preparata, all'olio che nella lampada mancava, al marito che si sarebbe addormentato subito sul divano, mentre ella avrebbe fatta la maglia fin tardi.
Tutto le diede, come al solito, una tristezza dolce di rassegnazione. Si levava nei mattini serena, riprendeva sempre i medesimi lavori, cantava quando il marito era lontano; ma la sera tornava sempre dietro al suo gregge come dolente, come se ella avesse qualche cruccio fastidioso, qualche ansia amara, qualche sventura che attendesse nell'ombra. Non facevano tutte cos? Molte avevan anche bimbi, e dovevano scendere a valle recandosi quei pesi sulle spalle, faticosamente. Ella era invece sola e suo marito era sindaco del paese e quasi ricco.
Pure Kassian era malinconica. Aveva il cuore pieno di aspirazioni vaghe, di desiderii incerti. Qualche attesa fluttuava nel suo spirito senza potersi decisamente precisare.
Vide al sommo la sentinella che la salut, seguendola con gli occhi gi verso il paese grigio che si raccoglieva freddoloso sotto il monte. Lo Zyco era ancor bianco di neve, e qualche striscia scendeva fin quasi al paese, come una benda bianca da una testa fasciata. E il paese era tutto grigio, composto di casine costrutte con i sassi, pieno di rovine, di campanili rovesciati, di cortili scoperti, di mura sole che parevano levarsi implorando. Dava l'aspetto di un villaggio dissepolto, dove nulla vivesse, dove le cose sembrassero ancor volersi celare sotto la cenere.
Le straducole erano piene di ombra. Nessun lume si vedeva perch le case avevano tutte innanzi un cortile, nessuna figura passava. D'un tratto una capra bel, e da un vicoletto un altro branco usc fuori, si confuse a lamentarsi con quello di Kassian, si stacc ad una voce, si allontan di fianco. Una donna pass, salutando. Un vzono sal, correndo. Due altri seguirono, agitando la fustanella scompostamente.
Quando Kassian giunse sulla piazzetta profonda come un pozzo sotto la protezione dell'olmo secolare, dal piccolo cafnion, che era a sommo di una scala, sbuc Anastse, la raggiunse un po' faticosamente, trascinando le gambe corte e grasse sulle larghe pietre del selciato.
- "Questa sera siamo due, a cena".
E si rivolse e risal ansando verso il piccolo uscio rotondo, lasciando la moglie tra stupita e irrequieta.
- "Che cosa accadeva? Anastse non aveva l'abitudine d'invitar gente in casa sua!"
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Quando la donna usc dal chiuso, dove le capre si erano distese mormorando soltanto, reggeva un gran piatto basso di latte.
Dal monte veniva una brezza leggera che le buttava in viso il fumo caldo a inumidirla, e la luna gi immobile sulla neve, disegnava bizzarri ricami di luce e di ombra nel cortiletto sassoso. Dentro, Kassian accese il fuoco, tagli un pezzo di carne da un agnello arrostito che era infilzato in uno spiedo di legno e rizzato in un canto, lo raccolse in un paiuolo, lo riscald, vi un una manciata di riso, e lo lasci a far piccoli brontolii interrotti da canto alla fiamma che guizzava.
Aveva appena riempita d'olio la lampada nell'altra stanza, quando ud il portone di strada ricadere pesantemente, e vide il marito rientrare con un forestiero vestito secondo una foggia insolita. Egli aveva una giubba lunga senza fustanella, e le gambe strette in calzari di cuoio giallo risuonanti. Parlava con Anastse una lingua sconosciuta e pur dolce, e pareva chiedergli di lei, perch la guardava cos fissamente che ella dovette chinarsi e deporre la bottiglia di vino dolce di Agnanta la quale doveva invece essere porta al marito.
Anastse si lasci cadere pesantemente di fianco al sofr, piccola tavoletta circolare alta un palmo solo da terra, e l'altro rest un poco incerto e poi si sedette anche alla turca, ridendo come se gli sembrasse infinitamente strano.
Mangiando, egli guardava la stanza, intorno a cui giravano piccoli divani coperti di tappeti turchi. Alle pareti pendevano fucili sottili come steli e spade ricurve come fili di luna, su cui la luce della lampada suscitava incerti bagliori bizzarramente. La donna vi si muoveva senza romore, a piedi scalzi. Poi restava a guardare curiosamente, tenendo un pugno sul fianco come un'anfora, e dal braccio le cadeva la manica bianca e slargata velando di ombra un braccio fine e delicato.
Kassian era sottile, agile come se avesse passata la vita a seguir le sue capre, ma pur grave e dolce. Nel viso fine, il labbro inferiore sporgeva un poco innanzi aggiungendo severit all'espressione, e dietro al capo le cadevano le treccie nerissime ad accrescere la sua giovinezza.
Anastse invece era gi quasi vecchio. Intorno alla bocca cattiva i baffi cadenti e pochi facevano come un cerchio. Ora, mentre era seduto, tutto il ventre gli si abbandonava verso le ginocchia e il corpo pareva volersi deprimere, come se fosse molle, come se si disfacesse.
Il forestiero, senza parlare, tornava a guardar Kassian. Ed ella si intimidiva di quella curiosit, ma si muoveva pi spesso, pi agilmente, parendo adornarsi dell'ammirazione come di uno sconosciuto gioiello. Egli era biondo, aveva un viso bianco, lungo, affaticato; da canto alla massa di Anastse che allargandosi si abbassava, egli ergeva un corpo sottile ed elegante. Era tutto meravigliato di veder quella bella creatura servire intorno alla tavola. Giungendo aveva chiesto al dimarco, il sindaco del paese, d'essere presentato alla sua signora, e il dimarco indicando Kassian che reggeva la pesante tenda sulla porta, aveva detto:
- Ecco la mia signora.
Allora non aveva osato n meno un saluto, n meno un complimento. Ed anche poi non sapeva rivolgerle alcuna parola; la ringraziava quando porgeva i piatti e le tazzine in cui il caff fumigava, ed ella sorrideva come se non fosse abituata, come se quella parola nella stanza fosse insolita. Chiese se volevano zucchero, e fu sorpresa di udir il forestiero rispondere francamente:
- Kors, zkari.
Vennero in quella due evzoni a chiedere se l'ospite italiano aveva bisogno di loro. Ella, interrogandoli nel cortile, li ud dire due o tre volte il nome del Re, ed entr ripetendoselo:
- Vasilus, vasilus!
Per lei era come un Iddio. Non l'aveva veduto mai, in nessun modo, ma sapeva che tutti dipendevano da lui, soldati e dimarchi: che egli abitava ad Atene in un grande palazzo di cui gli avevano raccontato incredibili meraviglie; pensava che egli tenesse le loro esistenze in mano com'ella le vite delle sue caprette.
Il forestiero le parve dal nome e dall'amicizia come santificato. Cos che, quando egli si fu ritirato in una piccola stanzetta, e Anastse subito ebbe cominciato a russare, ella usc adagio e and a fissar l'occhio contro una fessura delle imposte. L'uomo era seduto sul tappeto che gli doveva servire da letto ed aveva tratto di sotto ai divani certe vecchie pistole arrugginite che osservava curiosamente. Faceva scattare i cani, le puntava, le rivoltava, piegando contro la camicia bianca la bella barba dorata. Poi si distese, lev dalla tasca un ritratto, lo baci, e allung il braccio per prendere la candela e spegnerla.
Kassian rientrata in casa, si stese per terra ai piedi del marito, e si addorment quasi subito, sognando di essere accarezzata dal forestiero in una casa d'oro mentre dalle porte le sue capre avanzavano i musetti inquiete.
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CAPITOLO 2.
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Il mattino seguente, quando lo straniero sporse il capo dalla tenda che nascondeva la porta, il paese era madreperlaceo come nelle aurore invernali. La luce lo penetrava lentamente, faticosamente, rosea gi sulla neve, grigia ancora in basso verso la valle. Nel cortile la donna mungeva le capre. Esse uscivano ad una ad una dal chiuso e le andavano dinnanzi docili, allungando un poco il collo senza belare.
Ed ella aveva una carezza per ognuna.
Quando si lev, vide l'uomo sulla soglia curioso a guardarla, e ne fu prima come atterrita, e fugg via verso il fondo del cortiletto dove in un angolo si apriva la vasca del pozzo. Il forestiero rientr sorridendo e scuotendo le spalle, ben sorpreso quando vide il visino serio di Kassian apparire nella sua camera fra le pieghe della tenda:
- Che vuoi, amico del Re?
Egli non le rispose direttamente, ma l'interrog:
- Perch sei fuggita? ti faccio forse paura?
Ella scosse il capo:
- Che vuoi?
- Dov' il dimarco?
-  sceso a Syrco per vendere, signore.
- Quando torner?
- Non so, verso mezzogiorno, forse prima. Che vuoi?
Ella si ostinava puerilmente nella prima domanda, confusa ora di sentirsi troppo guardata, parendole che la voce togliesse un poco del suo impaccio. Parlava un dialetto valacco addolcito dal greco puro, che il giovine sembrava conoscere perfettamente.
Ora era penetrata nella stanza, francamente. Come una bimba delle nostre campagne, che, da prima scontrosa, poi si rimette subito e confida ed interroga, cos ella subito chiese:
- Da qual paese vieni?
Egli segn con la mano, vagamente:
- Dall'Italia.
- Anastse  stato in Italia.
- Lo so.
-  bella? Ci sono tante montagne?  lontana?
Ora ella ardiva, pur meravigliandosi nel cuore. Ogni sua parola finiva in un gorgheggio come se la dicesse con la bocca piena di acqua.
- Oh, bella! - e l'uomo nell'ammirazione, espresse tutto il suo amore. - Vi sono le montagne in giro e poi tutto  piano.
- Tutto  piano? - diss'ella ammirata. Tacquero. Ella immagin il paese suscitato dalle poche parole, egli la consider trovandola anche pi bella.
- Come ti chiami?
- Kassian.
- Sei stata sempre qui?
- No, sono nata a Pramanta. Anastse mi ha portata a Kalariti.
Egli sorrise pensando Pramanta che dista sei ore di monte da Kalariti.
- Stai bene qui, non ti annoi, che fai?
Ella corrug la fronte, come se il significato di qualche parola le fosse sfuggito:
- Pascolo le mie capre.
Egli non sapeva pi che dire. Avrebbe voluto mandarla via, perch quel semplice discorso, a cui il pronome aggiungeva intimit, lo eccitava. La donna gli stava ritta dinnanzi e sporgeva un poco il petto che la mattina aveva gonfiato; e all'ospite pareva d'averla vista gi, in quella medesima attitudine, d'averla conosciuta da molto tempo. Il suo viso gli sembrava famigliare; egli provava quasi il desiderio di allungare la mano ad accarezzarlo.
- Ora esco e scendo a Syrco - diss'egli per rompere il silenzio penoso.
Ma Kassian non si muoveva. Restava allo stesso posto, dinnanzi alla porta, tenendo su la debole anca la mano allargata. Pareva affascinata. Lo guardava, lo guardava, compresa da un rispettoso sentimento di venerazione: ed egli dovette, per uscire, passarle da canto e sfiorarla come se ella fosse all'improvviso impietrata.
- Buon giorno.
Ma la donna non rispose.
Quando egli rientr, dopo qualche minuto, a prendersi il fucile, Kassian senza vederlo, lo sent, prov un grande desiderio di raggiungerlo, lasci il fuoco e corse. Ma alla tenda si ferm, senza levarla, ansante, tendendo l'orecchio. I passi di lui si fecero presso, si allontanarono, il portone si rinchiuse.
Kassian avrebbe voluto uscir fuori e andargli dietro, come i monelli seguono nelle nostre vie gli uomini meravigliosi. Restar sempre con lui a parlare, pareva una cosa insolitamente dolce a lei costretta ad udire tremando la voce rara ed insolente del marito. Aver sempre intorno al corpo e sul viso quegli occhi, lusingava all'estremo la timida vanit che era occulta nel suo spirito come in quello di tutte le femmine. Cos che, quando ebbe raccolte le capre fuori della porta, le guid verso Syrco invece di scendere il versante opposto sulla strada di Pramanta.
Lo straniero era gi di ritorno. Si fermava a guardare il paesaggio rotto ed aspro, a cui la primavera non aggiungeva che una dolcezza quasi invisibile, o pure a cogliere le prime viole lungo i muricciuoli e agli orli dei praticelli.
Aveva trovato sotto un masso un piccolo nido di primule, e si era seduto vicino, tutto intenerito di trovarle lass, a pochi passi dalla neve, senza udire i voli garruli delle rondinelle, ma soltanto a volte il levarsi pesante di qualche rumorosa pernice.
Quando Kassian da lungi lo scorse, desider prima vivamente di correre a lui. Ma non si mosse, non chiam. And avanti battendo soltanto un poco le bestioline che uscivano dal sentieruolo; se non che, giuntagli da presso e vistolo intento a quell'opera, si arrest subito compresa di meraviglia e di dolcezza.
- Dunque anch'egli coglieva i fiori. Ma se l'avevano tanto derisa per quel suo gusto infantile di tornarne carica alla sera! E aveva dovuto smettere e accontentarsi di formarne grandi mazzi che nascondeva al tramonto sotto le pietre, perch un giorno Anastse l'aveva accusata di trascurar per le viole le capre, e battuta.
Il forestiero, levandosi, la vide, le and incontro giocondamente, e prov un primo impulso che gli sugger di offrirle i fiori. Ma poi si dissuase:
- E che ne farebbe questa piccola selvaggia!
Ella, al suo appressarsi, non sorrideva: era divenuta improvvisamente seria e grave e aveva ripresa l'immobilit statuaria del mattino, mentre la sua anima andava verso il giovine con slancio.
- Buon giorno, Kassian - le grid egli - e Anastse non  tornato ancora?
-  troppo presto. Sar qui fra poco.
Intanto tutte le capre si erano sbandate all'intorno spaurite. Ella le richiam, ed esse vennero docilmente ma trepide, con gli occhi grandi, avanzando a piccoli passi. Poi, quando la videro parlare al giovane familiarmente, allungarono il musetto tremulo verso i suoi calzari gialli, curiosamente.
- Quando vai via?
- Domani, Kassian.
- Domani! - diss'ella pi forte indicando il dolore con un lieve moto delle labbra - Domani!
Egli ripet:
- Domani. - E tacque un poco, finch ella chiese:
- Sei venuto a comperare argento? Ritorni subito in Italia?
- No, son venuto per vedere l'Epiro (ed ella fu tutta sorpresa e inconsciamente lusingata). Andr poi subito in Italia.
Egli era cos eccitato dal discorso, dal luogo insolito, dall'ora e dalla stagione, che si divertiva a restare ritto dinnanzi alla bella creatura selvaggia, provando un sentimento sconosciuto alla sua semplice meraviglia.
- Verresti con me in Italia?  bella,  tutta fiorita. Ci sono grandi fiumi dolci, grandi boschi odorosi...
L'uomo si ferm all'improvviso temendo di non essere compreso, ma la donna sorrise e neg col capo, con intelligenza.
- Non posso!
- Vedi? L, tu non pascoleresti pi le capre. Avresti cento donne a servirti e una bella casa, tanti cavalli, tante carrozza...
- Carrozze! - ella esclam con gli occhi sgranati.
La parola le era ignota, perch sino alla distanza di quattro giorni da Kalariti le strade sono tutte mulattiere, ma le pareva chiudere un significato grande.
- Carrozze!...
- S, s, tante cose. Tu staresti sempre seduta a guardare...
- E non preparerei pi il pranzo?
- Oh no, pi!...
- Non posso! - ella disse, come se il suo cuore segreto volesse pregarlo di tacere. E il forestiero pens che fosse male tentar l'ignara con impossibili imagini di piacere.
- Buon giorno, Kassian; io vado avanti.
- Buon giorno, grazie!
Egli si volse al grazie, senza capire, e seguit la salita dinnanzi allo sguardo pensoso della donna.
Dopo un quarto d'ora, ella, immobile ancora, fu raggiunta da Anastse che la colp rudemente sul capo, perch le capre brucavano in un campicello di frumento. Ed ella scoppi in lacrime improvvise come se quella brutalit non fosse abituale, come se il suo piccolo corpo roseo non serbasse qua e l i lividi delle percosse.
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CAPITOLO 3.
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Quando Kassian ripass al tramonto dinnanzi al cafnion dove egli era ritto con Anastse, e il forestiero non la salut vinto da una insolita timidezza per la presenza del marito, ella si turb tutta, si confuse, si addoss alle sue bestiole come per affrettarle. E pi tardi, a pranzo, Anastse trov che le cervella delle capre nella coppa ossea erano ancor rosse di sangue, e il forestiero osserv che la donna tremava e non osava alzare gli occhi dal pavimento, e non restava pi a guardarlo come la sera precedente, ignara e provocante. Ella ruppe un vaso, diffondendo per la stanza il profumo del dolce vino di Agnanta, chinandosi subito quasi a raccogliere i cocci, e levandosi anche pi rossa dopo l'atto infantile; Anastse la guard, non disse nulla e spieg al forestiero come sua moglie fosse insolitamente maldestra, ella che serviva cos abilmente ed era tanto devota a lui. Ma quando rest solo con la donna, invece di gettarsi subito sul divano ad uccidere per dieci ore la sua anima sozza, si rivolse a Kassian, l'afferr per una treccia e la percosse rudemente e villanamente sul viso e per il corpo, gettandola poi in un angolo, dove la povera creatura singhiozz per tutta la notte, udendo l'uomo russare in grave ritmo, e volgendo verso di lui nel buio gli occhi che dovevano scintillare di odio.
Al mattino, mentre ella aiutava due evzoni a por sopra la mula le coperte del partente, era cos pallida e disfatta che quegli disse al dimarco con vivacit:
- Ma vostra moglie sta male!
L'altro alz le spalle e borbott in greco una bestemmia. Egli si avvicin alla donna cercando inutilmente una parola dolce per salutarla. La lingua poco nota non seppe offrirgliene alcuna:
- Buon giorno, signora. Sta bene.
Ma ella lo guard un poco con gli occhi lucidi, e fugg via senza dir altro, mentre Anastse rideva grossolanamente con gli evzoni a cui raccomandava il forestiero.
- Di certo vostra moglie  ammalata.
Ma l'altro scosse ancora le spalle senza rispondere.
Kassian, sulla soglia, nascosta, stringeva la tenda con le mani contratte, livida in viso, con la vista offuscata dalle lacrime. Egli andava via, per sempre. Non sarebbe tornato mai pi. Andava via senza ripeterle ancora, come ieri:
- Vieni anche tu!
La lasciava al marito che la batteva, che non le parlava, che la costringeva a pascolare le capre mentre i divani intorno alla stanza erano ripieni d'argento.
Ora saliva in sella, si avviava. Ecco: si volgeva, come a cercarla.
- Addio, addio, bel forestiero, per sempre!
Lo vide uscire. Ma svolt verso la piazza e le fece pensare che Anastse volesse forse condurlo al caff, prima di lasciarlo partire. Allora si mosse in fretta, corse all'ovile, lo apr, gett fuori il gregge confusamente e lo spinse con le mani e col bastone, belante, sulla strada opposta, quella che conduceva a Pramanta. Vide ancora il giovine, sceso di sella, buttar monete ai bimbi del paese che rotolavano per terra con le loro fustanelle come informi pallottole sucide.
Il monte fa un breve arco intorno a Calariti e la strada vi corre piana un breve tratto prima di piegare e scendere sul versante opposto, a Syrco. Lo straniero, giunto in fine alla via dove  una chiesuola bassa, cinta di sassi come un chiuso per le capre, ferm la mula, e si rivolse ancora a guardare il paese che egli lasciava per sempre. Si stendeva grigio e uniforme, e il sole, che faceva scintillare come argento la neve dello Zyco, non suscitava sopra i suoi tetti alcun bagliore. Le case piccole, ammassate contro le ruine, all'orlo di un precipizio immenso, parevano dormire, l'una da presso all'altra, freddolose, come pecore in un'ora crepuscolare sotto la nebbia.
Il giovane provava un'incerta sensazione di tristezza lasciando quel luogo povero e selvaggio, e non riusciva a schermirsene.
- Che m'importa? Non lo vedr pi! Ma non ha niente di bello. Che m'importa?
E salut con la mano, rivolse la mula e l'avvi sulla discesa seguto adagio dagli evzoni che facevano rotolare con la punta delle tsaruckia i piccoli sassi del sentiero. Ma, subito, allo svolto, egli vide Kassian, seduta sopra un sasso, nel cerchio di capre. E allora cap la sua tristezza e la sent crescere confusamente, affannosamente, come se avesse visto un'onda torbida avanzarsi a sommergerlo.
- Addio, Kassian, addio.
Egli era sceso e le aveva afferrata la mano che ella non porgeva.
- Addio!
Poi sorridendo:
- Dunque non vieni con me? Ti porto in Italia, ti do tante donne, un grande palazzo..... Non pi pecore, Kassian..... vieni!... - ed egli sorrideva sempre, tenendole la piccola mano che per il lavoro era diventata ruvida e nera.
Ella negava col capo senza parlare.
- Addio, dunque, Kassian! - e il giovine si slanci verso la sua cavalcatura, sentendo la gola soffocata da un groppo che gli toglieva il respiro.
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CAPITOLO 4.
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La donna senza muoversi, lo segu con gli occhi per gli avvolgimenti del monte. Si nascondeva, ricompariva e diventava sempre pi piccolo e pareva rallentare sempre pi il suo passo. Ma dopo una mezz'ora disparve.
Allora Kassian comincio a pensare, affannata, come se una mano le premesse ruvidamente il collo. Pens ch'egli se ne andava per sempre lontano, per sempre, e che ella sarebbe tornata a lavorare, a farsi battere dal marito brutale, a ripetere ogni giorno le stesse cose monotone. Le pareva ch'egli andasse verso la luce, verso il sole, in paesi giocondi. Allora la valle era ancor tenuta da un'ombra fredda, ed era sempre cos cupa ed oscura, e opprimeva i cuori come un dolore. Le stagioni vi passavano senza mutarne l'aspetto grigio, senza mutarne il cielo implacabilmente azzurro.
Oh! tutta l'anima della giovane andava dietro al partente! Egli rappresentava e chiudeva tutte le sue aspirazioni confuse: egli le precisava. Kassian rivedeva il suo dolce viso, il suo sorriso, riudiva la voce. Tutto ci che in lui era nuovo, estraneo, la seduceva. Persino l'abito, persino i calzari. Le sembrava un grande, quasi un santo, cos protetto dal Re e cos ricco da buttar monete ai bimbi nelle vie. E la figura di Anastse, brutta e sordida, sorgeva, per il confronto, continuamente. Le ultime percosse l'avevano offesa nel cuore pi profondo come se la coscienza della sua libert si fosse all'improvviso svegliata sotto gli inviti dell'italiano. Ed ella provava ormai l'unico desiderio di sfuggire a quelle larghe mani piatte e vellose che la illividivano. Guard la via; ma il forestiero era scomparso. Allora pens di raggiungerlo; si decise subito, con violenza, attratta. Prese la capra pi da presso e la baci sul musetto umido e si sent bagnare di lacrime allo sguardo dolce dell'amica.
Poi, si slanci gi di corsa per la via sassosa verso il torrente. Tutto il gregge la segu galoppando rumorosamente e belando, ed ella corse anche pi per avanzarlo, aiutata dal pendo, senza potersi pi fermare, precipitando. Quando sulla via piana rallent il passo per respirare, premendosi con la mano il cuore, tutte le bestie le furono d'attorno, a interrogarla, e le andarono da canto ed innanzi rapide ed allegre. Kassian correva un poco, poi si fermava: i piedi nudi cominciavano a soffrire, le gambe a piegare. Dalla roccia una cascata la bagn tutta, a un'altura il sole la indor. I boschi senza foglie le gettarono la loro ombra protettrice, i muschi succhiarono il sangue dai suoi piedi dolenti, i ruscelli la dissetarono. Andava senza tregua, follemente, or contro la neve ed ora sulle creste rudi, aspre, forti, coronate da piccole piante che parevano soffrire d'uno spasimo, tanto erano contorte, seguta sempre dalle sue capre, con la gonna al vento e le treccie sciolte e il viso rosso ed umido. Ma egli era lontano, pareva sempre pi lontano. Ella non aveva pi speranza di raggiungerlo, ma freddo e dolore. Sui piedi la polvere si era mista al sangue, sul viso le lacrime seccavano contro il vento e le stiravano la pelle.
D'un tratto, da un'altura dolce e piena di sole, ella lo vide gi, vicino, cos vicino da poterlo chiamare gridando. E la sua bocca si apr, ma senza un suono, e il suo corpo si ferm, rigido all'improvviso. Ella sedette, le capre le si sdraiarono intorno, e il forestiere scomparve ancora dietro un rivolgimento del monte. Kassian pareva aver perduta ogni forza. Non vedeva pi. Era come se nei suoi mattini incerti le nubi l'avessero raggiunta, nascosta, chiudendole gli occhi con un velo.
Non provava n meno pi il dolore dei piedi. Si sentiva mancare a poco a poco, come se il suo sangue se ne andasse tutto. Non pensava, non sentiva. Le capre sfregavano il loro muso contro il suo braccio senza che ella si accorgesse. Tutto il pianoro era inondato dal sole, dietro le spalle della donna erano le nevi rigide e argentee; dinnanzi, lontano tremolava contro il cielo un bagliore: il mare. Pareva che l sopra, per un incanto, soltanto l sopra, la primavera fosse arrivata, perch un po' d'erba spuntava, gli alberi gemmavano e un cespuglio di rose senza foglie reggeva un solo piccolo fiore mal chiuso. E contro il fiore, piegandolo sotto il peso del capo, punta dalle spine, ma insensibile, la bella donna si abbandon.
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Mosi - Torino.
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FINE.